L’acchiappa biomarcatori

December 2nd, 2011

Incollo sotto l’articolo uscito due giorni fa per La Stampa (cliccate qui per scaricare la pagina del quotidiano in pdf). Parla della professoressa Alessandra Luchini, quest’anno nella lista dei Brilliant 10 di Popular Science.

Nel centocinquantesimo anniversario dell’Unità d’Italia, il tricolore sventola anche nell’annuale lista dei “Brilliant 10”, i dieci scienziati più promettenti sotto i 40 anni che lavorano negli Stati Uniti. Alessandra Luchini, professoressa di microbiologia alla George Mason University in Virginia, è stata premiata per le sue innovazioni nel campo della diagnostica medica.

Il gruppo di ricerca della Luchini, che è arrivata in America con laurea in ingegneria chimica e dottorato in bioingegneria dall’università di Padova, sviluppa biotecnologie per rilevare, nel sangue e in vari fluidi biologici, i primissimi indicatori dell’insorgere di tumori e altre patologie. Si tratta di un insieme di sostanze (proteine, ormoni, ecc…) prodotte dalle cellule malate e chiamate collettivamente biomarcatori, che circolano nell’organismo in concentrazioni bassissime molto prima che si avvertano i sintomi della malattia. Si sa che la diagnosi precoce aumenta la probabilità di guarire e per questo da qualche anno la scienza medica cerca soluzioni per anticiparla sempre di più. Proprio il metodo della professoressa Luchini potrebbe vincere la sfida con un tempo record: «prima assembliamo nanoparticelle di forma sferica, poi ci inseriamo una molecola come esca per il biomarcatore, in modo che rimanga intrappolato all’interno, al sicuro dagli attacchi degli enzimi di degradazione per il tempo necessario ad analizzare il fluido. Questo aumenta l’efficienza rispetto ai metodi tradizionali, dove i biomarcatori sono catturati con degli anticorpi attaccati all’esterno della nanoparticella, col rischio che vengano distrutti prima di essere rilevati», spiega l’interessata. L’altra peculiarità del suo approccio sta nella manipolazione del fluido che deve essere analizzato. «E’ un aspetto fondamentale, perché ci permette di adattare il fluido a qualsiasi tipo di strumentazione, in modo da non stravolgere la procedura diagnostica, facilitando così l’inserimento della nostra tecnica nella routine clinica». Questa mentalità imprenditoriale ha portato la professoressa Luchini a fondare nel 2008 insieme ad alcuni colleghi Ceres Nanosciences, un’azienda che commercializza le tecnologie sviluppate nel suo laboratorio. Per ora i clienti sono altri centri di ricerca, ma è già in corso la sperimentazione clinica di un metodo per rilevare nelle urine i biomarcatori della malattia di Lyme, che può essere curata con una terapia antibiotica solo se viene diagnosticata in tempo. L’urina è stata scelta come fluido da analizzare anche per altre malattie infettive, giacché la semplicità di prelievo facilita il test diagnostico in paesi sottosviluppati.

Per le applicazioni sui tumori, principalmente alla mammella, alle ovaie, alla prostata e alla pelle, la professoressa Luchini e il suo team di ricerca lavorano invece con campioni di sangue e altri fluidi. Ad esempio, per il melanoma stanno studiando un cerotto che, applicato sopra una macchia sospetta, potrà analizzare il sudore per distinguere un semplice neo da una lesione maligna. Il loro focus rimane quello di sviluppare prodotti che possano uscire dai laboratori di ricerca e avere un effetto sulla vita delle persone. «E’ un po’ che si parla di nanotecnologie in medicina, ma prenderanno veramente piede solo quando si troveranno soluzioni semplici e poco costose, perché senza la previsione di un buon ritorno economico, le industrie non hanno interesse a modificare processi produttivi consolidati, tanto meno se si mette in pericolo la quota di mercato di farmaci già venduti con successo», spiega la professoressa. Il suo obiettivo è di commercializzare entro 4 anni un kit per la diagnosi contemporanea di 20 biomarcatori, che permetta non solo di rilevare cellule tumorali, ma anche di stabilire il tessuto di provenienza, il grado di malignità, la presenza o meno di processi infiammatori, ecc… Questi biomarcatori sono metaboliti microscopici presenti in quantità bassissime, quindi solo una valutazione completa e accurata consentirà di sviluppare terapie efficaci e sicure per il paziente. «In futuro la nostra tecnica renderà possibili cure preventive per eliminare lesioni allo stadio prematuro, quando sono ancora innocue, ma hanno una probabilità molto alta di evolvere in forme aggressive di tumore. Una sorta di chemioterapia anticipata, non lontana da alcuni trattamenti già presenti in clinica a livello sperimentale, come il somministrare clorochina, un farmaco a bassa tossicità usato nella profilassi per la malaria, a pazienti ad alto rischio di cancro alla mammella, perché si è scoperto che distrugge le cellule del carcinoma duttale in situ.»

Scenari non troppo lontani nel tempo, alla cui realizzazione contribuiscono anche molti ricercatori italiani, che trascorrono qualche mese nel laboratorio della professoressa Luchini e continuano a collaborare una volta rientrati nelle loro università. Anche per lei l’esperienza americana cominciò così, grazie ad un programma di scambio tra l’Istituto Superiore di Sanità e i National Institutes of Health, l’ente federale americano che finanzia gran parte della ricerca medica. «Dovevo tornare in Italia dopo 6 mesi, ma i miei professori m’incoraggiarono a restare, perché serviva qualcuno che facesse da ponte tra Italia e Stati Uniti per le collaborazioni in corso e quelle future.» Un ruolo che le ha portato bene, visto che nel 2009 un’associazione che si chiama appunto “Bridges to Italy” le ha conferito il Premio Award, un riconoscimento riservato a scienziate Italiane che lavorano in Nord America e hanno almeno un brevetto. Oggi il ponte ha pilastri saldi e la trentaquattrenne originaria di Udine, che da poco ha avuto una bimba da un marito americano, ammette che è difficile pensare di tornare, anche se le piacerebbe.

Ristorante: Michael Jordan’s Steak House

December 2nd, 2011

Michael Jordan’s Steak House, 505 North Michigan Avenue, Chicago, IL 60611

PRO: la bistecca era molto buona, il locale è bello.

CONTRO: se uno si aspetta di vedere quadri e gadget in tema pallacanestro, rimane deluso perché è un ristorante, non è l’NBA store.

COSTO: $165 (mancia inclusa) in 2, per 4 birre, 1 bistecca da 1,1 Kg da dividere, 1 contorno e 1 dolce.

CI TORNERO’?: forse sì perché c’è anche a New York.

Canzone della settimana

December 1st, 2011




Canzone della settimana #144-145

Lunedì sono stato a Chicago per una riunione. E’ stata la prima volta e, anche se sono rimasto solo 24 ore, la città mi è piaciuta molto. Il clima invece per niente…10 gradi meno che a New York e vento fortissimo.

Il Kindle Fire mi sta piacendo

November 18th, 2011

Ho comprato il Kindle Fire e ieri sera ho cominciato ad esplorarne le funzioni. E’ vero che non è un iPAD, ma proprio per questo l’ho scelto. E’ più piccolo, costa un terzo, il browser è veloce, ho accesso alla cloud di amazon, dove per ora ho caricato qualche giga di musica, e alla library di film e telefilm di Amazon (moltissimi gratuiti perché sono membro di Amazon Prime). Se volessi qualcosa di più ingombrante comprerei il MacBook Air da 13 pollici, poco più costoso di un iPAD da 64 GB, ma con tutte le funzioni di un computer. Per ora sono soddisfatto!

Canzone della settimana

November 18th, 2011




Canzone della settimana #143

Buona fortuna al Governo Monti, soprattutto a Francesco Profumo, che ho sempre ammirato.

Canzone della settimana

November 11th, 2011




Canzone della settimana #142

Questa settimana ha segnato la fine della stagione politica di Silvio Berlusconi. Dopo 17 anni non ci vedo niente di male, speriamo sia anche la fine del Berlusconismo, inteso come modo di fare politica, sia per la maggioranza, sia per l’opposizione. Forse finalmente l’Italia avrà un bipolarismo sano e produttivo. Gli inciuci che sono iniziati appena si è parlato di Governo tecnico fanno pensare l’opposto, ma credo, e spero, sia solo una cosa transitoria e non si torni alle grande alleanze della prima repubblica.

Buchi neri supermassicci

November 2nd, 2011

Incollo sotto il mio articolo uscito oggi per La Stampa (clicca qui per scaricare la pagina del quotidiano in pdf) che parla di un giovane astrofisico romagnolo e delle sue ricerche.

Se per le ciambelle non è sempre vero, sembra che tutte le galassie escano col buco, un buco nero, al centro. Naturalmente la prova definitiva non c’è, perché l’attrazione gravitazionale dei buchi neri è talmente forte che neanche la luce riesce ad uscire e quindi «sono corpi celesti invisibili, la cui presenza è rilevabile solo indirettamente, misurando l’energia che emanano», spiega Nico Cappelluti, 32 anni, astrofisico all’osservatorio di Bologna. «E’ assodato che al centro di ogni galassia c’è un nucleo estremamente denso, con massa che va dal milione ad oltre il miliardo di volte quella del Sole». Non fa eccezione la Via Lattea, la galassia che ospita il Sistema solare, anche se per fortuna il «nostro» buco nero non è attivo. Potrebbe però diventarlo e «mangiarsi il mondo intero», come nella canzone «Supermassiccio» di Elio e le Storie Tese? Grazie al lavoro di Cappelluti presto potremmo avere una risposta.

Il suo campo di ricerca, infatti, è lo studio dei meccanismi che portano all’attivazione dei buchi neri supermassicci. «Solo alcuni si attivano e recentemente io e i miei collaboratori abbiamo dimostrato che la causa più probabile è la collisione tra galassie». Grazie all’ impatto il buco nero verrebbe a contatto con nuovo materiale cosmico (gas o stelle, per esempio), di cui nutrirsi per cominciare a espandersi. Le osservazioni di Cappelluti concordano con altri dati che mostrano che la crescita della massa di una galassia, causata dallo scontro con un’altra, va di pari passo con le dimensioni del proprio buco nero.

La scoperta, frutto del suo dottorato presso il Max-Planck Institute per la fisica extraterrestre di Monaco di Baviera, è avvenuta analizzando immagini raccolte con i telescopi spaziali a raggi-X della Nasa e dell’Esa, che consentono di rilevare la radiazione emessa da questi nuclei galattici, quando si accendono e iniziano a crescere, risucchiando tutto quello che passa vicino. Per queste ricerche lo «European Astrosky Network», un’associazione dedicata alla divulgazione dell’astronomia, ha conferito a Cappelluti il premio Marsden, riservato ogni anno ai migliori giovani astronomi europei. Ora il prossimo passo sarà capire come, una volta attivi, i buchi neri supermassicci progrediscono e influenzano la vita delle galassie. «Il loro sviluppo è legato alla quantità di materia oscura che li circonda e dalla loro evoluzione dipende sia la probabilità che due galassie si uniscano dopo la collisione sia quale sarà l’aspetto finale».

L’altro grande interesse di Cappelluti è cercare la «materia mancante» dell’Universo, studiando le emissioni a raggi-X provenienti dallo spazio. Si tratta di barioni (neutroni, elettroni e protoni) che erano presenti negli istanti successivi al Big Bang, ma di cui si sono perse le tracce. L’ipotesi più accreditata è che si trovino in un sistema intricato di nubi di gas caldo, che in passato non erano state identificate per via della densità molto bassa e del «range» di temperature atipico, ma che oggi sono prede ambite per cacciatori cosmici come Cappelluti.

Originario di Rimini, in controtendenza rispetto a molti suoi coetanei, dopo un periodo all’estero ha deciso di continuare il lavoro in Italia. Nel 2010 è tornato grazie ad una borsa post-dottorato dell’Istituto Nazione di Astrofisica, vinta classificandosi primo su 100 candidati. «Dopo sei anni consideravo finita l’esperienza tedesca e ho cercato altrove. Avevo offerte dagli Usa, ma ho scelto la borsa dell’Inaf, perché mi avrebbe permesso di rientrare in Italia, con uno stipendio competitivo e un budget di ricerca da gestire liberamente. Inoltre, avevo molta stima dei ricercatori con cui avrei lavorato a Bologna».

Purtroppo queste iniziative sono isolate nel sistema della ricerca italiana e non sono inserite in un percorso strutturato di carriera. «La borsa di studio finirà nel 2012 e ho poche prospettive di rimanere. Lo dico con rammarico, perché ho fiducia nel “metodo italiano”. Ho scoperto che qui si lavora bene e, a differenza della Germania, dove il sistema è gerarchico, da noi i giovani sono coinvolti nelle discussioni strategiche e, nei gruppi più aperti, hanno lo stesso peso dei senior al momento di decidere». Certo, sarebbe un peccato lasciarsi sfuggire un talento come Cappelluti, riconosciuto come uno degli astronomi italiani più promettenti della sua generazione e selezionato dall’Aspen Institute Italia per far parte degli Aspen Junior Fellows, un network di 180 persone che riunisce giovani italiani di successo sparsi per il mondo.

Canzone della settimana

October 31st, 2011




Canzone della settimana #141

Happy Halloween!