Il DDL Gelmini è arrivato in Senato da qualche giorno, 2 mesi dopo la fine dei lavori in commissione, perché c’erano, come sempre, altre priorità. Quindi questa settimana la riforma potrebbe essere approvata al Senato, per poi approdare alla Camera dopo la pausa estiva per l’eventuale OK definitivo intorno a Novembre.
Uno degli aspetti su cui si sta discutendo in questi giorni è quello dell’obbligo di pensionamento per i professori che abbiano superato una certa età. La Gelmini pare si trovi d’accordo sul limite dei 65 anni, chiesto con insistenza dal PD. Secondo Giavazzi i professori continuano ad insegnare fino a 70 anni non tanto per passione, quanto per non perdere potere e quindi basterebbe proibire agli ultra 65enni di partecipare alla selezione di nuovi docenti, per convincerli ad andare in pensione. Gli fa però notare Irene Tinagli che i baroni potrebbero comunque mandare i propri luogotenenti più giovani alle commissioni e mantenere il potere. Per la Tinagli la soluzione è di valutare i professori a 65 anni e far scegliere a quelli al di sotto degli standard di qualità se andare in pensione o se limitarsi al solo insegnamento (con stipendio dimezzato). Anche Michele Salvati suggerisce di puntare sulla valutazione, non solo per scegliere chi pensionare, ma soprattutto per stabilire gli scatti di stipendio nel corso della carriera. Io sono d’accordo con lui. Come spiega Salvati, nei prossimi 5 anni andranno in pensione circa 12 mila professori, che diventerebbero circa 19 mila con la regola dei 65 anni. Abbiamo abbastanza giovani con una preparazione adeguata per rimpiazzare tutti questi docenti in breve tempo? Possiamo garantire criteri meritocratici nella selezione dei nuovi professori? Il rischio è di far entrare anche chi non lo merita solo per riempire dei posti. Oppure, visto che la pensione costa allo Stato quasi come lo stipendio di un professore a fine carriera, il Governo potrebbe scegliere di rimpiazzare solo una parte dei posti vacanti, col rischio di avere professori che si ritrovano a dover insegnare troppi corsi, senza poter far ricerca. In aggiunta va detto che dopo che l’età di pensionamento obbligatorio fu portata da Prodi da 72 a 70 anni nel 2007, molti professori fecero ricorso al TAR, lo vinsero e furono reintegrati. Quindi discriminare l’età potrebbe rivelarsi una mossa bagliata e dannosa.
Ho scritto tante volte in questo blog quali considero i punti chiave per una riforma efficace dell’università e il pensionamento degli over 65 non è tra questi. Il problema è semmai che tutti i professori a fine carriera prendono più o meno lo stesso stipendio, sia chi pubblica 50 articoli scientifici all’anno, sia chi non sa leggere o scrivere in inglese. A Settembre andrà finalmente in funzione l’Agenzia Nazionale di Valutazione del sistema Universitario e della Ricerca (ANVUR), che permetterà di distinguere i più bravi dai meno bravi. Mi auguro funzioni bene e in maniera trasparente, in modo che le valutazioni negative non vengano automaticamente portate davanti al giudice con l’accusa di discriminazione, con ulteriore spreco di denaro pubblico.
PS: ho sistemato i link qui sotto perché alcuni erano danneggiati.
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