Un articolo interessante uscito oggi sul Sole 24 Ore (clicca qui) inizia con queste parole di Richard Mosley, direttore generale di People in Business:
In questo periodo di crisi, bisogna tagliare i costi ma non rinunciare al talento, al personale.
Anche io sono da sempre convinto che quello umano sia il capitale più importante e l’articolo lascia intendere che finalmente qualche azienda italiana stia iniziando a capirlo. In realtà non credo sia così.
Infatti, da ciò che racconta l’articolo, le imprese italiane vanno a caccia di talenti nei paesi in via di sviluppo dell’Europa dell’Est, del Nord Africa e del Sud America, ma non in USA, o Gran Bretagna, India, ecc… L’articolo spiega questo fatto dicendo che lo scopo è di reclutare personale, formarlo e poi rimandarlo indietro per aprire una succursale estera, o lavorare in una già esistente. Se è questo il motivo principale, allora vuol dire che le aziende italiane non credono veramente nell’importanza del capitale umano. Se ci credessero, andrebberro a caccia di talenti nei paesi dove ci sono le migliori università.
Perché non lo fanno? Prima di tutto perché, anche se se ne parla meno, il sistema di reclutamento delle aziende non é molto migliore di quello delle università. La poca meritocrazia, nel privato, è dovuta soprattutto all’avere aziende a gestione familiare che preferiscono lasciare le redini a figli e nipoti, anche quando non sono competenti. Nel pubblico non c’è bisogno di commentare. Questo sistema ha funzionato fino ad ora perché le aziende hanno operato in un mercato, quello Italiano, protetto dalla competizione esterna. Adesso con la globalizzazione non c’è più protezione (o comunque ce n’è meno), ma sono ancora poche le aziende che hanno capito che bisogna cambiare metodo.
Il MIT ogni anno organizza l’European Career Fair, un evento, il più grande della costa est nel suo genere, che fa arrivare le aziende europee negli Stati Uniti per reclutare personale direttamente dalle università. Quando ci andai di italiane c’erano Finmeccanica, Enel ed Eni. Fecero molti colloqui, perché, come risultato da un sondaggio condotto dall’organizzazione dell’evento, l’Italia era una delle mete più ambite dai partecipanti. Eppure non assunsero nessuno, perché dopo il “le faremo sapere” lasciarono passare diversi mesi per contattare i candidati a cui erano interessati e questi avevano già firmato il contratto con qualche altra azienda. Non parliamo poi delle difficoltà che ci sono ad organizzare degli stage estivi nelle aziende italiane per studenti del MIT, sia perché gli stage da noi non sono veri lavori (a meno che fare le fotocopie o le traduzioni rientri nella categoria), sia perché molte aziende chiudono per 3 settimane in Agosto.
Bisogna capire che il sistema italiano del secolo scorso non funziona se si vuole competere fuori dai confini nazionali. Speriamo che l’andare a caccia di talenti in paesi in via di svilippo diventi una buona palestra per allenarsi a comprendere l’importanza del capitale umano e per iniziare a fare esperienza pratica (in teoria lo fanno tutti) con la meritocrazia.