
Ieri sono andato a vedere Avatar. Mi è piaciuto, ma solo per gli effetti speciali. La storia è di una tale banalità e così piena di luoghi comuni, che sono convinto che il regista aveva in mente il botteghino mentre scriveva la sceneggiatura. Mi spiego meglio. L’idea di fondo è OK: un pianeta dove piante e animali sono connessi in un unico grande ecosistema (sul genere Gaia) e gli umani che inventano gli avatar per poter comunicare con gli indigeni. La trama fa pena: un misto fra Pocahontas e Indio (ricordate il mitico Marvelous Marvin Hagler?), con personaggi stile Rambo. Sarebbe bastato approfondire la parte scientifica, ad esempio con qualche spiegazione sul macchinario che permette agli umani di comandare l’avatar con la mente, o sulla biologia del pianeta, per farne un film molto più interessante.
La banalità della trama, ripeto, secondo me deriva da una scelta di marketing, per catturare il maggior numero possibile di spettatori. Ne sono convinto, perché la produzione del film Avatar di banale ha molto poco. James Cameron e i suoi consulenti hanno creato il nuovo pianeta (Pandora) nei minimi dettagli, inventando perfino una nuova lingua, che gli attori hanno dovuto imparare (date un’occhiata a Pandorapedia). Non solo, per la prima volta i personaggi generati al computer mi sono sembrati reali e questo grazie a dei nuovi effetti speciali inventati per l’occasione. Dimenticavo, nonostante il film sia in 3D e duri circa due ore e mezzo, non si esce dal cinema con il mal di testa (né si debbono indossare i fastidiosi occhiali rosso-blu di cartone, ma un paio di plastica che assomiglia ai Ray-Ban Wayfarer). Questo è oggi possibile grazie al regista, che nel 2000 andò alla Sony per convincerli ad inventare una nuova generazione di videocamere digitali 3D. Insomma, dietro Avatar c’è molto! A proposito, c’è anche un Italiano, Mauro Fiore, direttore della fotografia.