
Ho finito di leggere il bestseller di Paul Krugman, “The conscience of a liberal”. Per chi non lo sapesse, Krugman ha vinto il premio Nobel per l’economia nel 2008, ma è anche un editorialista per il New York Times e il titolare di un blog abbastanza seguito, ospitato dal sito del quotidiano.
Anche se non condivido alcune idee, il libro mi è piaciuto. E’ un’analisi socio-politica degli Stati Uniti dai primi del ‘900 fino ai giorni nostri. L’attenzione dell’autore è principalmente rivolta all’ascesa del movimento conservatore all’interno del partito repubblicano e di come ciò abbia aumentato le disuguaglianze all’interno della popolazione, creando un’elite di super ricchi e spingendo la classe media in direzione opposta. L’autore discute dell’importanza di invertire rotta e conclude con qualche proposta concreta di riforma.
Krugman è un fan del New Deal di Franklin Delano Roosevelt, che per lui ha il grande merito di aver introdotto la previdenza sociale (la social security). Ci sono molti critici di Roosevelt, che invece sostengono che il New Deal abbia frenato l’economia americana, ma per Krugman vanno considerati i risultati a lungo termine e il successo della social security è indubbiamente uno di questi. Il New Deal, dice, ha trasformato l’America in una nazione della classe media, eliminando le disuguaglianze che esistevano negli anni ‘20. Il mezzo per ottenerlo, naturalmente, sono state le tasse, sia quelle sul reddito, sia quelle di successione, che hanno praticamente tolto tutto agli eredi delle grandi dinastie americane. C’è stato un periodo in cui l’aliquota massima superava il 70% e, secondo Krugman, gli imprenditori erano contenti e l’economia andava a gonfie vele. Io non ci credo. Io penso che per un po’ alla gente è andato bene pagare tasse tanto alte in cambio di sicurezza e stabilità sociale, solo perché il Paese stava uscendo prima dalla grande Depressione e poi dalla seconda guerra mondiale. Non ci credo che con tasse così alte l’economia possa crescere.
Credo però che le tasse servano e lo Stato debba proteggere i più deboli, garantire uno standard di vita decente a tutti, perchè anche i più ricchi traggono beneficio da una maggiore uguaglianza sociale. Il movimento conservatore, che ha avuto il proprio apice politico tra il 2001 e il 2009 con il duo Bush-Cheney, vorrebbe invece annullare il peso dello Stato sull’economia e negli ultimi anni ci ha provato, abbassando drasticamente le tasse, soprattutto quelle sui guadagni finanziari. Questo, ad esempio, ha consentito ai proprietari dei fondi speculativi (o Hedge Funds) di pagare solo il 15% di tasse su una parte del reddito.
Ovviamente considero le idee dell’amministrazione Bush in materia fiscale assurde, ma sono comunque convinto che tasse troppo alte frenino l’economia e non siano un incentivo a lavorare. Ad esempio, se guadagnando 20,000 dollari in più all’anno, un Americano raggiungesse un reddito complessivo soggetto ad un’aliquota superiore, per cui dovrebbe pagare tutti i dollari extra in tasse, perché dovrebbe impegnarsi e lavorare di più?
Krugman non ci troverebbe nulla di strano, perché la sua coscienza è liberal, cioè quasi una versione americana di quella di Bertinotti, e per lui il livellamento sociale è la soluzione di tutti i problemi. Io invece sono per un’altra uguaglianza, che è quella delle opportunità. La libertà dell’individuo per me è quindi fondamentale, ma credo, al contrario degli ultra conservatori, che sia necessaria la presenza (seppur minima) dello Stato, che ridistribuisca parte del capitale (attraverso le tasse) al fine di garantire la possibilità di esercitare questa libertà ai cittadini. Per capirci, senza un minimo di welfare, un ragazzo nato in una famiglia povera non sarebbe veramente libero di andare all’università, perché dovrebbe andare a lavorare per provvedere al sostentamento della famiglia.
A tal proposito, sono d’accordissimo con Krugman sulla necessità di una riforma sanitaria, che non lasci nessuno senza assicurazione medica. Questa deve essere una priorità dell’amministrazione Obama, ma proprio in questi giorni sembra che il Presidente si stia arenando. Sembra intestardito a voler far passare una riforma bipartisan, non capendo che i repubblicani, dominati dalla corrente ultra conservatrice, non cederanno mai, sia perché quello conservatore è un movimento basato sull’ideologia e la copertura sanitaria universale non è contemplata, sia perché hanno paura delle conseguenze politiche. Come è spiegato benissimo nel libro, una riforma sanitaria (lo dicono anche i sondaggi di questi giorni) sarebbe molto popolare e sarebbe impossibile da rovesciare. Questo affonderebbe la linea politica conservatrice, facendo emergere nuove correnti all’interno del partito repubblicano. E’ successo con la riforma della social security, che ha messo in minoranza i repubblicani vecchio stile, che per un po’ hanno cercato di cancellarla, facendo emergere correnti più progressiste e portando all’elezione di Eisenhower e dello stesso Nixon, che in politica interna è stato un progressista.
Allora è il momento che Obama e il partito democratico usino la forza (della loro maggioranza), come fece Lyndon Johnson, quando introdusse il Medicare, la copertura sanitaria federale dai 65 anni in su. E’ importante farlo in fretta, approfittando del clima di incertezza causato dalla crisi economica , che favorisce le riforme sociali.
PS: Il libro è stato scritto prima dell’elezione di Obama, ma la discussione continua ogni giorno sul blog di Krugman, che si chiama appunto “The Conscience of a Liberal”.