
Mercoledì scorso sono stato alla presentazione del libro “Gli Italiani di New York” di Maurizio Molinari, organizzata dalla Casa Italiana Zerilli-Marimò. Conosco Maurizio perché è il corrispondente de La Stampa, ma il libro non l’avevo comprato prima dell’altra sera e mi ha fatto molto piacere scoprirmi nell’indice dei nomi. Sono nominato nella pagina in cui parla della Fondazione ISSNAF, per la quale lo scorso anno ho diretto il chapter newyorkese, organizzando qualche evento.
Il libro racconta la storia di quasi cento Italiani/Italoamericani di New York e per l’occasione ce n’erano 6 a rispondere alle domande del moderatore (Massimo Gaggi, inviato del Corriere della Sera). Gaetano Pesce ha parlato del suo progetto per un ponte abitato (tipo Ponte Vecchio) a forma di “S” sullo stretto di Messina, in cui ognuno dei venti pilastri è disegnato da un architetto di una diversa regione italiana: ancora non gli hanno fatto sapere (strano…). Matilda Cuomo, filantropa, moglie dell’ex governatore dello stato di New York Mario e madre dell’attuale Andrew, ha parlato della fortuna di nascere in una famiglia italiana: “Adesso in America ci sono campagne per insegnare cosa sono le verdure e come mangiare sano: noi Italiani lo sappiamo da sempre!”. Antonio Monda ha spiegato che i film italiani non vincono più gli oscar perché l’industria cinematografica italiana è morta, non perché non ci siano bravi registi. Federico Mennella ha raccontato la progressiva uscita di scena dell’Italia dal mondo della finanza, ricordando come ventanni fa le banche commerciali italiane a New York erano grandi come quelle americane. Al Barozzi, un prete di frontiera che aiuta gli Italiani a New York senza permesso di soggiorno, ha raccontato qualche storia e ha detto che anno dopo anno arrivano sempre più diplomati perché “l’Italia a dato loro un titolo, ma non un lavoro”. Il cuoco Cesare Casella, che si è presentato con un ramo di rosmarino nel taschino, ha parlato di come la cucina italiana stia diventando sempre più importante, tanto che molti ristoranti scelgono di includere almeno un piatto italiano nel menù.
E’ stata una bella discussione di un’ora e mezza, conclusa dall’intervento dell’autore. Delle sue parole mi è rimasto impresso quando ha detto che New York è l’unica città al mondo in cui si possono trovare, congelate nel tempo, le varie epoche italiane dalla fine dell’800 ad oggi. Dalla famiglia in cui si parla solo il dialetto della regione d’origine, alle nuove famiglie di ricercatori universitari, passando per tutto quello che c’è stato in mezzo. Tutti i presenti hanno lodato il libro di Maurizio (lo devo leggere al più presto!), sia per l’importanza di far conoscere queste storie, sia per il modo di raccontarle dell’autore. Molinari ha detto che però in Italia le reazioni al libro sono state molto fredde, secondo lui perché in patria l’emigrazione dei secoli scorsi non è stata ancora affrontata in modo approfondito, quindi l’argomento non ha ancora un contesto storico-sociale a cui appoggiarsi.
