Lavoce.info (clicca qui) ha reso disponibile un documento pubblico (non accessibile da nessun sito ministeriale) dove sono descritti i criteri per la valutazione delle università utilizzati per ripartire il 7% del fondo ordinario in base al merito. Come si legge anche nei commenti dei lettori, gli indicatori A2 ed A3 sembrererebbero essere il punto debole, dato che permetterebbero ad un’università di migliorare il proprio punteggio semplicemente promuovendo tutti. Sono d’accordo che si tratta di un punto debole, ma va ricordato che influisce solo in piccola percentuale.
Inoltre, non è un problema facilemente risolvibile ed è presente in altre forme anche nel sistema americano, molto più maturo di quello italiano dal punto di vista della meritocrazia. E’ un problema che secondo me scomparirà a regime quando la cultura del merito avrà messo radici profonde nella società italiana, ma visto che ciò potrebbe non succedere mai, sarebbe utile iniziare col limitare i danni introducendo indicatori complementari. Questi potrebbero ad esempio essere i risultati di test analoghi a ciò che sono i test PISA (Programme for International Student Assessement) per le scuole secondarie, per capire se gli studenti promossi sono bravi, e le statistiche sul livello di occupazione dei laureati a 3 e a 5 anni dal conseguimento del titolo, per giudicare la preparazione ricevuta nel corso degli studi. Anche questi espedienti hanno però bisogno di andare a regime e quindi per ora bisogna insistere sulla meritocrazia ed aspettare qualche anno per mietere i primi raccolti. Sono sicuro che i criteri di valutazione verranno migliorati e diventeranno più efficaci. Intanto ricordiamo che, anche se imperfetti, i criteri sono uguali per tutti e, assumendo che la percentuale di professori poco seri sia la stessa in tutti gli atenei, non credo la classifica sia falsata più di tanto.
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