Archive for October, 2009

Via libera alla riforma dell’università

Wednesday, October 28th, 2009

Devo dare atto al Ministro Gelmini di aver mantenuto la promessa di portare a termine la riforma dell’università entro fine Ottobre. Pensavo rimandasse di nuovo e invece ho appena letto sul sito del Corriere che il Consiglio dei Ministri oggi ha dato l’OK per la riforma. Evviva! Peccato sia ancora solo un disegno di legge.

Non ho visto ancora il testo integrale, ma da quello che dice l’articolo, mi pare che la riforma vada nella direzione giusta, confermando la virata meritocratica dello scorso Novembre e gli annunciati cambiamenti nella governance degli atenei. Sono stati anche aumentati considerevolmente gli stipendi dei ricercatori, che erano umilianti, da 1.300 a 2.100 euro. Adesso la sfida sarà farla entrare in vigore e poi se sarà vero, come  mi auguro, che verranno adottati

commissariamento e tolleranza zero per gli atenei in dissesto finanziario

le università non avranno altra scelta che seguire criteri meritocratici. Non voglio essere così ottimista da pensare che da un giorno all’altro possano diventare un baluardo della meritocrazia, ma sono fiducioso nel miglioramento.

Post collegati:

Cervelli in fuga

Monday, October 26th, 2009

La scorsa settimana, insieme al mio articolo (qui la versione pubblicata, qui quella completa prima dei tagli), La Stampa ha pubblicato qualche statistica sugli studenti ed i ricercatori italiani negli Stati Uniti. E’ una selezione di un insieme di dati che ho raccolto nei mesi scorsi. Siccome credo siano interessanti e non sono facili da trovare, ho deciso di renderli disponibili.  E’ significativo quanto sia basso il numero degli studenti di bachelor, cioè gli undergraduate, quelli che arrivano negli USA dopo le superiori. Questo dato mostra infatti che la maggiorparte degli espatriati si forma nelle università italiane e poi se ne va, costituendo una perdita di capitale umano altamente qualificato (che non viene rimpiazzato da un flusso in ingresso di stranieri.) Sui motivi di questo fenomeno avrei molte cose da dire, ma l’argomento merita un post che prima o poi scriverò.

Vorrei precisare che per i dati relativi alle singole università anche io sono stato costretto a selezionare, scegliendo  gli atenei col maggior numero di Italiani, tra quelli più prestigiosi e tra tutti quelli per cui sono riuscito a trovare le informazioni. Inoltre, i dati si riferiscono agli Stati Uniti e costituiscono solo una percentuale delle migliaia di Italiani che popolano le migliori università del mondo.

Post collegati:

studenti_2

studenti_3

scholars_1

scholars_2

scholars_3

Canzone della settimana

Monday, October 26th, 2009

Canzone della settimana #36

Dato che sono a Santa Cruz per il terzo workshop internazionale sul parallel MRI, ho pensato di mettere questa canzone dei Thrills, che a me piacciono molto.

Un problema che non mi pongo

Friday, October 23rd, 2009

1307

Sistemi universitari a confronto

Friday, October 23rd, 2009

cervelli

Oggi è uscito un mio articolo per La Stampa (ho messo l’immagine qui sopra con dei dati che ho raccolto, perchè sono disponibili solo nella versione cartacea del quotidiano). E’ un articolo a cui tengo molto, perché, attraverso le testimonianze di alcuni ragazzi che ho intervistato, cerco di mostrare le differenze tra il mondo accademico italiano e quello americano, sfatando qualche luogo comune. L’articolo, che si può leggere a questo link, doveva uscire qualche settimana fa nel supplemento scientifico, ma poi è stato deciso di metterlo nelle pagine principali del quotidiano e nel farlo, per ragioni editoriali, è stato tagliato. Incollo qui sotto la versione integrale, perché ci avevo lavorato per diverse serate e non mi va che nessuno la legga:

Stella si è da poco laureata con il massimo dei voti in ingegneria e i risultati del suo progetto di tesi, presentati ad una recente conferenza, hanno attirato l’attenzione di un professore del MIT che la vorrebbe nel suo team e si è offerto di aiutarla per la domanda di ammissione al Ph.D. Felice, ma anche spaventata, Stella chiede consiglio al suo amico Mario, che da qualche anno lavora come precario all’università, aspettando di diventare ricercatore. «Sono contento che ti piaccia la ricerca, ma perché il Ph.D.? Lo sai quanto costa solo di tasse? E poi ti si prospettano almeno 5 anni di duro lavoro, tra corsi da seguire, esami ed esperimenti. Tutto per un titolo che è equivalente al mio dottorato, che ho preso in tre anni, senza dover rispettare alcun requisito particolare. In America la ricerca non è che sia poi tanto migliore, hanno solo più soldi. Dai retta a me, vai dal professore della tesi e chiedigli se ti prende nel suo laboratorio». Di fronte all’entusiasmo dell’amica, rincuorata al pensiero di restare vicino a mamma e papà, Mario non se la sente di precisare che lui in un’università americana non ci ha mai messo piede e, come molti suoi colleghi, parla per sentito dire. Sono già le 8 di sera e l’università sta per chiudere, così i due amici decidono di andare a bere un aperitivo, per brindare alla promettente carriera accademica di Stella.

«Svegliati Mario!» Una voce arriva dal comodino, ma quando Mario si volta, vede solo la sua copia impolverata del libro “Meritocrazia”, che di certo non parla, o per lo meno a lui non ha mai detto nulla. «Ma no, quaggiù!» Mario stringe gli occhi e scorge una figura familiare: «Com’è possibile? Tu…tu sei…Enrico Fermi!» L’uomo balza sul letto e si presenta «Professor Fermi, prego». Mario non sta nella pelle. «Lei è il mio mito, il simbolo dell’età dell’oro dell’università italiana. A cosa debbo la visita?» «Voglio darti una lezione» «Fisica delle particelle?» «No, una lezione di vita. Ti porto a conoscere il sistema universitario americano, così potrai riparare ai cattivi consigli dati a Stella». «Perché proprio lei? » «Diciamo che puoi pensare a me come al capostipite dei cervelli in fuga, anche se in quegli anni, quando si trattava realmente di una fuga, il termine non esisteva. Reggiti, stiamo già sorvolando l’oceano»

Non passa molto che i due atterrano di fronte ad un edificio i cui archi ricordano tanto i nostri centri storici. «Siamo nel campus di Stanford, nel cuore della Silicon Valley. Ti voglio presentare Marta Gaia Zanchi, studentessa nel dipartimento di ingegneria elettronica». Marta aveva l’età di Stella quando fu ammessa al Ph.D. con un’offerta di borsa di studio che copriva le spese del primo anno. «E’ una cosa normale, fa parte del loro investimento in capitale umano», spiega la ragazza. «Adesso invece è il professore responsabile del mio progetto di tesi sulla progettazione di strumentazione elettronica per risonanza magnetica, che usa i suoi fondi di ricerca per pagarmi le tasse universitarie e darmi uno stipendio mensile, fissato dal dipartimento». Dice che se un giorno tornerà in Italia, sarà solo per i suoi cari, perché «essere un Philosophiae Doctor, o Ph.D., vale ben poco nel nostro Paese, specialmente in azienda». Non è così in America, spiega Giovanni Garcea, marito di Marta, arrivato con in tasca un dottorato di ricerca e in pochi anni diventato ingegnere capo per la Summit Microelectronics, una ditta che opera nel settore delle telecomunicazioni. «A differenza che in Italia, qui il ruolo del ricercatore esiste anche nelle piccole imprese, dove si studiano soprattutto innovazioni tecnologiche finalizzate a migliorare prodotti esistenti». Una strategia vincente che, secondo Giovanni, è confermata dalla rapidità con cui le aziende high-tech della Silicon Valley stanno superando la crisi finanziaria.

Pensieroso, Mario saluta e riparte col suo accompagnatore. «Cosa c’è, non dirmi che l’averti allargato gli orizzonti professionali ti ha fatto girare la testa?» «Ma no, è che a me interessa la carriera universitaria e vorrei parlare di quello». «Tranquillo, stiamo andando da un giovane professore italiano che potrà saziare la tua curiosità». E’ già notte fonda quando arrivano al dipartimento di ingegneria chimica e scienze dei materiali dell’Università del Minnesota, ma per fortuna in America le università non chiudono, neanche nel weekend. Matteo Cococcioni li raggiunge sorseggiando una tazza di orzo all’anice, una delle poche specialità che si porta dall’Italia. E’ arrivato negli Stati Uniti nel 2003, al MIT, dopo un dottorato alla SISSA di Trieste e da un paio di anni è professore a Minneapolis, dove si occupa delle proprietà fisiche dei materiali. «Sono un teorico e per il mio lavoro non servono infrastrutture costose. Anche per questo ho cercato in diverse occasioni di rientrare in Italia partecipando a concorsi da ricercatore. Niente da fare, da noi la carriera accademica ha tempi lunghi. Qui invece i bravi vanno avanti velocemente, ma soprattutto hanno da subito l’indipendenza per poter costruire un proprio gruppo di ricerca e sviluppare le proprie idee». «Ho capito, era meglio se venivo in America dopo il liceo», lo interrompe Mario. «Invece avresti fatto male. La preparazione che ti dà una buona università italiana è molto più completa e versatile di quella del college americano, che è nozionistica e finalizzata all’inserimento nel mondo del lavoro. Altro discorso è il Ph.D., che è meglio organizzato del dottorato italiano ed insegna veramente a fare ricerca». «Devo correre a dirlo a Stella, grazie Matteo» Mario raggiunge soddisfatto il professor Fermi, ma questi gli dice che non è ancora il momento di andare a casa.

«Torniamo in California, voglio presentarti qualcuno che è partito per gli States subito dopo le superiori». Roberto Carli fa parte del ristretto gruppo di Italiani che ogni anno conseguono il titolo di bachelor, il primo livello universitario. Adesso lavora a San Francisco, come manager alla Applied Predictive Technologies, una società di consulenza. «A dirlo fa ridere, ma solo ora riesco a bilanciare lavoro e vita privata», racconta col suo simpatico accento napoletano. «La vita del campus è di un’intensità quasi innaturale. Sembra che tutti cerchino il modo di far entrare 30 ore in una sola giornata, ma non esiste il concetto di tempo libero. Al MIT il motto era “lavorare, dormire e vita sociale: scegline due”.» Roberto non vede in modo positivo la competitività nei college, che porta gli studenti a fare più cose possibili per avere un curriculum completo. Purtroppo però non hanno alternativa, se mirano ad essere ammessi nei migliori programmi di Ph.D. o assunti dalle aziende più ambite. Roberto è stato bravo: a lui hanno offerto il lavoro quando era ancora al terzo anno, risparmiandogli un bel po’ di stress.

«Quello che non capisco», dice Mario sulla via del ritorno, «è perché nessuno torna in Italia. Potrebbero fare le stesse cose da noi». «Ne sei convinto? Meglio se ci fermiamo a far due chiacchiere con Antonello Scardicchio». Dopo un Ph.D. al MIT e due anni come ricercatore a Princeton, Antonello è da poco diventato docente all’International Center for Theoretical Physics (ICTP) di Trieste, dove studia le pecularietà della meccanica quantistica nei sistemi complessi. «Se fosse stato un normale concorso bandito dall’università non ce l’avrei mai fatta, perché a 30 anni sarei stato considerato troppo giovane per diventare professore. Invece all’ICTP, che è amministrato per due terzi dall’ONU, sono stato giudicato da una commissione internazionale che ha tenuto conto dei meriti scientifici.» «Se credi della meritocrazia, perché non sei restato negli Stati Uniti?», interviene Mario. «Voglio crescere i miei figli in Italia, vicino ai nonni. E poi credo nella missione dell’ICTP, che è quella di diffondere la conoscenza scientifica più avanzata nei paesi del terzo mondo». «Ma la tua storia è un caso quasi unico, sbaglio?». «Lo è e mi reputo fortunato. In Italia ci sono professori bravissimi, ma non esistono veri centri di eccellenza, capaci di attrarre ricercatori dal resto del mondo. Il problema è che ci si laurea, si fa il dottorato, si diventa ricercatori e, prima o poi, professori nella stessa università. Questo contribuisce a creare una gestione “familiare” dei dipartimenti, che tende ad isolarli dalla comunità scientifica e renderli poco propensi ad assumere un outsider. In America le università non assumono i propri studenti dopo il Ph.D. e li obbligano a fare esperienza altrove». Una regola che servirebbe anche in Italia, pensa Mario.

«Questa era l’ultima tappa», dice il professor Fermi, «mi auguro che farai tesoro delle storie che hai ascoltato». Il ragazzo corre ad abbracciarlo, ma ha la vista appannata dalla commozione e non lo trova. Quando si asciuga le lacrime, Mario è sul letto e sta stringendo il cuscino. Il suo primo pensiero è per Stella, deve assolutamente parlarle.

La ragazza sta raccontando ad un amico di aver cambiato idea riguardo al Ph.D. «Posso fare le stesse cose qui in Italia ed in meno tempo». Alessio Papi non rimpiange di aver fatto il dottorato a Bologna con lo stesso professore della tesi, dopo essersi laureato con 110 e lode in scienze naturali, ma vuole spiegare a Stella quello che l’aspetta dopo. «Cara Stella, finire prima il dottorato, non vuol dire diventare professore più velocemente. Fare il precario in università in attesa del concorso da ricercatore è dura. Si va avanti con contratti biennali e il salario è più basso di quello di un operaio». Spesso ci vogliono troppi anni e Alessio, che ha già fatto il supplente mentre aspettava il rinnovo del contratto, non esclude la possibilità di insegnare alle scuole medie o alle superiori. Anche andare all’estero non gli dispiacerebbe. «L’america non la conosco, ma dopo il dottorato ho lavorato per un po’ a Muenster, in Germania, e ho imparato moltissimo. Inoltre, ci sono più soldi per fare ricerca e gli stipendi sono il doppio. Pensaci bene.»

Ancora incerta su cosa fare, Stella va dal professore della tesi e gli chiede di poter continuare a lavorare per lui in dipartimento. Tornando a casa, incontra Mario nel loro bar preferito. «Mi ha detto: “certo che puoi restare nel mio laboratorio, un modo per pagarti lo troviamo.”» racconta la ragazza, «“magari non subito”, ha specificato, perché dice che ci vogliono un paio di mesi per le pratiche, ma mi ha promesso che ad inizio anno avrei un assegno di ricerca e più avanti potrei vincere una borsa di dottorato. Mi dispiace Mario, ma non fa per me, da domani inizio a preparare la domanda per l’ammissione al Ph.D. al MIT». «Sono felice Stella! Ieri avevo sbagliato a parlarti in quel modo. Promettimi che se sarai ammessa ti impegnerai al massimo e terrai alta la reputazione dell’università italiana. In cambio io ti prometto che cercherò di cambiarla.» «Affare fatto, brindiamo al nostro accordo.» I due alzano i calici. «Al patto Mario-Stella per l’università e la ricerca.» «Salute! »

Windows 7

Thursday, October 22nd, 2009

windows-7-public-beta

Da oggi è disponibile il nuovo sistema operativo Microsoft, Windows 7. E’ quello che sarebbe dovuto essere Windows Vista, se non l’avessero rilasciato prima che fosse pronto (questo me l’ha confermato un ex dipendente senior di Microsoft). Per fare l’upgrade da Vista a 7, edizione ultimate, ci vogliono circa $200. Non dico di darlo gratuitamente per premiare chi si è tenuto Vista e non è tornato a XP, o è passato al MAC, ma almeno un prezzo decente, no? Giusto per fare un confronto, il kit per installare il nuovo sistema operativo Apple, lo Snow Leopard, costa $29.

Frà Clemente

Thursday, October 22nd, 2009

mastella03

Dal Corriere di oggi:

Il leader Udeur affronta anche il tema delle raccomandazioni e replica alle accuse affermando di aver fatto «meno segnalazioni dell’Idv» e soprattutto di aver segnalato «solo povera gente».

Dall’ex guardasigilli, ripeto ex guardasigilli, anche una precisazione sulla legalità delle raccomandazioni:

«Se uno viene da te», i politici hanno il dovere «di far qualcosa, all’interno delle regole – precisa – E il mio motto, che riguarda me e che riguarda mia moglie, è stato sempre quello di chiedere a tutti, laddove si chiedeva, che ogni cosa dovesse avvenire secondo criteri e regole di comportamenti che fossero in linea con i dati di natura legale».

A sapercelo andavo da lui, magari mi faceva diventare professore in Italia. Ma una raccomandazione non è abuso di potere? E poi non c’è anche una questione morale? Da quello che dice, per Mastella la moralità nella raccomandazione si riduce nello scegliere tra chi ne ha più bisogno. Chissà quanti ce ne saranno come lui…

Stiglitz vs. Summers

Monday, October 19th, 2009

Segnalo questo articolo (clicca qui) molto interessante uscito oggi su Il Sole 24 Ore, che descrive le critiche del Nobel Joseph Stiglitz al piano per il rilancio economico dell’amministrazione Obama. La critica, naturalmente, è rivolta al suo arcinemico, l’economista Larry Summers, direttore del National Economic Council. Io sono d’accordo col dire che i 787 miliardi di dollari non hanno dato i frutti sperati, ma mi domando se uno dei motivi sia che ancora non siano arrivati a destinazione. Ad esempio, non si è ancora conclusa la valutazione dei progetti di ricerca biomedica che riceveranno i fondi distaccati all’NIH. Un altro passaggio che voglio sottolineare è il seguente:

L’emergenza finanziaria è finita, ad alto costo per il contribuente. Ma i costi veri della crisi, come sempre, emergono dopo la fase acuta, cioè adesso.

E’ vero che la crisi finanziaria si è stabilizzata, ma la disoccupazione non sta diminuendo e i 787 miliardi dovevano servire principalmente a creare nuovi posti di lavoro. Il piano di rilancio ha fallito? Personalmente credo sia ancora presto per fare un bilancio e solo tra qualche mese sapremo chi ha ragione tra Stiglitz e Summers.