Oggi è uscito un mio articolo per La Stampa (ho messo l’immagine qui sopra con dei dati che ho raccolto, perchè sono disponibili solo nella versione cartacea del quotidiano). E’ un articolo a cui tengo molto, perché, attraverso le testimonianze di alcuni ragazzi che ho intervistato, cerco di mostrare le differenze tra il mondo accademico italiano e quello americano, sfatando qualche luogo comune. L’articolo, che si può leggere a questo link, doveva uscire qualche settimana fa nel supplemento scientifico, ma poi è stato deciso di metterlo nelle pagine principali del quotidiano e nel farlo, per ragioni editoriali, è stato tagliato. Incollo qui sotto la versione integrale, perché ci avevo lavorato per diverse serate e non mi va che nessuno la legga:
Stella si è da poco laureata con il massimo dei voti in ingegneria e i risultati del suo progetto di tesi, presentati ad una recente conferenza, hanno attirato l’attenzione di un professore del MIT che la vorrebbe nel suo team e si è offerto di aiutarla per la domanda di ammissione al Ph.D. Felice, ma anche spaventata, Stella chiede consiglio al suo amico Mario, che da qualche anno lavora come precario all’università, aspettando di diventare ricercatore. «Sono contento che ti piaccia la ricerca, ma perché il Ph.D.? Lo sai quanto costa solo di tasse? E poi ti si prospettano almeno 5 anni di duro lavoro, tra corsi da seguire, esami ed esperimenti. Tutto per un titolo che è equivalente al mio dottorato, che ho preso in tre anni, senza dover rispettare alcun requisito particolare. In America la ricerca non è che sia poi tanto migliore, hanno solo più soldi. Dai retta a me, vai dal professore della tesi e chiedigli se ti prende nel suo laboratorio». Di fronte all’entusiasmo dell’amica, rincuorata al pensiero di restare vicino a mamma e papà, Mario non se la sente di precisare che lui in un’università americana non ci ha mai messo piede e, come molti suoi colleghi, parla per sentito dire. Sono già le 8 di sera e l’università sta per chiudere, così i due amici decidono di andare a bere un aperitivo, per brindare alla promettente carriera accademica di Stella.
«Svegliati Mario!» Una voce arriva dal comodino, ma quando Mario si volta, vede solo la sua copia impolverata del libro “Meritocrazia”, che di certo non parla, o per lo meno a lui non ha mai detto nulla. «Ma no, quaggiù!» Mario stringe gli occhi e scorge una figura familiare: «Com’è possibile? Tu…tu sei…Enrico Fermi!» L’uomo balza sul letto e si presenta «Professor Fermi, prego». Mario non sta nella pelle. «Lei è il mio mito, il simbolo dell’età dell’oro dell’università italiana. A cosa debbo la visita?» «Voglio darti una lezione» «Fisica delle particelle?» «No, una lezione di vita. Ti porto a conoscere il sistema universitario americano, così potrai riparare ai cattivi consigli dati a Stella». «Perché proprio lei? » «Diciamo che puoi pensare a me come al capostipite dei cervelli in fuga, anche se in quegli anni, quando si trattava realmente di una fuga, il termine non esisteva. Reggiti, stiamo già sorvolando l’oceano»
Non passa molto che i due atterrano di fronte ad un edificio i cui archi ricordano tanto i nostri centri storici. «Siamo nel campus di Stanford, nel cuore della Silicon Valley. Ti voglio presentare Marta Gaia Zanchi, studentessa nel dipartimento di ingegneria elettronica». Marta aveva l’età di Stella quando fu ammessa al Ph.D. con un’offerta di borsa di studio che copriva le spese del primo anno. «E’ una cosa normale, fa parte del loro investimento in capitale umano», spiega la ragazza. «Adesso invece è il professore responsabile del mio progetto di tesi sulla progettazione di strumentazione elettronica per risonanza magnetica, che usa i suoi fondi di ricerca per pagarmi le tasse universitarie e darmi uno stipendio mensile, fissato dal dipartimento». Dice che se un giorno tornerà in Italia, sarà solo per i suoi cari, perché «essere un Philosophiae Doctor, o Ph.D., vale ben poco nel nostro Paese, specialmente in azienda». Non è così in America, spiega Giovanni Garcea, marito di Marta, arrivato con in tasca un dottorato di ricerca e in pochi anni diventato ingegnere capo per la Summit Microelectronics, una ditta che opera nel settore delle telecomunicazioni. «A differenza che in Italia, qui il ruolo del ricercatore esiste anche nelle piccole imprese, dove si studiano soprattutto innovazioni tecnologiche finalizzate a migliorare prodotti esistenti». Una strategia vincente che, secondo Giovanni, è confermata dalla rapidità con cui le aziende high-tech della Silicon Valley stanno superando la crisi finanziaria.
Pensieroso, Mario saluta e riparte col suo accompagnatore. «Cosa c’è, non dirmi che l’averti allargato gli orizzonti professionali ti ha fatto girare la testa?» «Ma no, è che a me interessa la carriera universitaria e vorrei parlare di quello». «Tranquillo, stiamo andando da un giovane professore italiano che potrà saziare la tua curiosità». E’ già notte fonda quando arrivano al dipartimento di ingegneria chimica e scienze dei materiali dell’Università del Minnesota, ma per fortuna in America le università non chiudono, neanche nel weekend. Matteo Cococcioni li raggiunge sorseggiando una tazza di orzo all’anice, una delle poche specialità che si porta dall’Italia. E’ arrivato negli Stati Uniti nel 2003, al MIT, dopo un dottorato alla SISSA di Trieste e da un paio di anni è professore a Minneapolis, dove si occupa delle proprietà fisiche dei materiali. «Sono un teorico e per il mio lavoro non servono infrastrutture costose. Anche per questo ho cercato in diverse occasioni di rientrare in Italia partecipando a concorsi da ricercatore. Niente da fare, da noi la carriera accademica ha tempi lunghi. Qui invece i bravi vanno avanti velocemente, ma soprattutto hanno da subito l’indipendenza per poter costruire un proprio gruppo di ricerca e sviluppare le proprie idee». «Ho capito, era meglio se venivo in America dopo il liceo», lo interrompe Mario. «Invece avresti fatto male. La preparazione che ti dà una buona università italiana è molto più completa e versatile di quella del college americano, che è nozionistica e finalizzata all’inserimento nel mondo del lavoro. Altro discorso è il Ph.D., che è meglio organizzato del dottorato italiano ed insegna veramente a fare ricerca». «Devo correre a dirlo a Stella, grazie Matteo» Mario raggiunge soddisfatto il professor Fermi, ma questi gli dice che non è ancora il momento di andare a casa.
«Torniamo in California, voglio presentarti qualcuno che è partito per gli States subito dopo le superiori». Roberto Carli fa parte del ristretto gruppo di Italiani che ogni anno conseguono il titolo di bachelor, il primo livello universitario. Adesso lavora a San Francisco, come manager alla Applied Predictive Technologies, una società di consulenza. «A dirlo fa ridere, ma solo ora riesco a bilanciare lavoro e vita privata», racconta col suo simpatico accento napoletano. «La vita del campus è di un’intensità quasi innaturale. Sembra che tutti cerchino il modo di far entrare 30 ore in una sola giornata, ma non esiste il concetto di tempo libero. Al MIT il motto era “lavorare, dormire e vita sociale: scegline due”.» Roberto non vede in modo positivo la competitività nei college, che porta gli studenti a fare più cose possibili per avere un curriculum completo. Purtroppo però non hanno alternativa, se mirano ad essere ammessi nei migliori programmi di Ph.D. o assunti dalle aziende più ambite. Roberto è stato bravo: a lui hanno offerto il lavoro quando era ancora al terzo anno, risparmiandogli un bel po’ di stress.
«Quello che non capisco», dice Mario sulla via del ritorno, «è perché nessuno torna in Italia. Potrebbero fare le stesse cose da noi». «Ne sei convinto? Meglio se ci fermiamo a far due chiacchiere con Antonello Scardicchio». Dopo un Ph.D. al MIT e due anni come ricercatore a Princeton, Antonello è da poco diventato docente all’International Center for Theoretical Physics (ICTP) di Trieste, dove studia le pecularietà della meccanica quantistica nei sistemi complessi. «Se fosse stato un normale concorso bandito dall’università non ce l’avrei mai fatta, perché a 30 anni sarei stato considerato troppo giovane per diventare professore. Invece all’ICTP, che è amministrato per due terzi dall’ONU, sono stato giudicato da una commissione internazionale che ha tenuto conto dei meriti scientifici.» «Se credi della meritocrazia, perché non sei restato negli Stati Uniti?», interviene Mario. «Voglio crescere i miei figli in Italia, vicino ai nonni. E poi credo nella missione dell’ICTP, che è quella di diffondere la conoscenza scientifica più avanzata nei paesi del terzo mondo». «Ma la tua storia è un caso quasi unico, sbaglio?». «Lo è e mi reputo fortunato. In Italia ci sono professori bravissimi, ma non esistono veri centri di eccellenza, capaci di attrarre ricercatori dal resto del mondo. Il problema è che ci si laurea, si fa il dottorato, si diventa ricercatori e, prima o poi, professori nella stessa università. Questo contribuisce a creare una gestione “familiare” dei dipartimenti, che tende ad isolarli dalla comunità scientifica e renderli poco propensi ad assumere un outsider. In America le università non assumono i propri studenti dopo il Ph.D. e li obbligano a fare esperienza altrove». Una regola che servirebbe anche in Italia, pensa Mario.
«Questa era l’ultima tappa», dice il professor Fermi, «mi auguro che farai tesoro delle storie che hai ascoltato». Il ragazzo corre ad abbracciarlo, ma ha la vista appannata dalla commozione e non lo trova. Quando si asciuga le lacrime, Mario è sul letto e sta stringendo il cuscino. Il suo primo pensiero è per Stella, deve assolutamente parlarle.
La ragazza sta raccontando ad un amico di aver cambiato idea riguardo al Ph.D. «Posso fare le stesse cose qui in Italia ed in meno tempo». Alessio Papi non rimpiange di aver fatto il dottorato a Bologna con lo stesso professore della tesi, dopo essersi laureato con 110 e lode in scienze naturali, ma vuole spiegare a Stella quello che l’aspetta dopo. «Cara Stella, finire prima il dottorato, non vuol dire diventare professore più velocemente. Fare il precario in università in attesa del concorso da ricercatore è dura. Si va avanti con contratti biennali e il salario è più basso di quello di un operaio». Spesso ci vogliono troppi anni e Alessio, che ha già fatto il supplente mentre aspettava il rinnovo del contratto, non esclude la possibilità di insegnare alle scuole medie o alle superiori. Anche andare all’estero non gli dispiacerebbe. «L’america non la conosco, ma dopo il dottorato ho lavorato per un po’ a Muenster, in Germania, e ho imparato moltissimo. Inoltre, ci sono più soldi per fare ricerca e gli stipendi sono il doppio. Pensaci bene.»
Ancora incerta su cosa fare, Stella va dal professore della tesi e gli chiede di poter continuare a lavorare per lui in dipartimento. Tornando a casa, incontra Mario nel loro bar preferito. «Mi ha detto: “certo che puoi restare nel mio laboratorio, un modo per pagarti lo troviamo.”» racconta la ragazza, «“magari non subito”, ha specificato, perché dice che ci vogliono un paio di mesi per le pratiche, ma mi ha promesso che ad inizio anno avrei un assegno di ricerca e più avanti potrei vincere una borsa di dottorato. Mi dispiace Mario, ma non fa per me, da domani inizio a preparare la domanda per l’ammissione al Ph.D. al MIT». «Sono felice Stella! Ieri avevo sbagliato a parlarti in quel modo. Promettimi che se sarai ammessa ti impegnerai al massimo e terrai alta la reputazione dell’università italiana. In cambio io ti prometto che cercherò di cambiarla.» «Affare fatto, brindiamo al nostro accordo.» I due alzano i calici. «Al patto Mario-Stella per l’università e la ricerca.» «Salute! »